Ero già all’ottavo mese di gravidanza, eppure quella sera nessuno trovò strano lasciarmi da sola a lavare una montagna interminabile di piatti. Avevano mangiato, riso e trascorso la serata divertendosi, mentre io, con il pancione ormai enorme, ero rimasta in piedi in cucina a lavare un piatto dopo l’altro. Allora non potevo ancora immaginare che proprio quella notte li avrebbe costretti a rendersi conto di quanto fossero arrivati lontano.

by zuzustory1303
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La festa a casa dei miei suoceri era finita poco dopo le undici. Sul tavolo erano rimasti piatti sporchi, bicchieri, pentole e vassoi pieni di avanzi.

Io ero in piedi in cucina, con una mano appoggiata alla schiena e l’altra sulla pancia.

Il bambino si muoveva senza sosta.

La schiena mi faceva male.

Le gambe erano gonfie.

E l’unica cosa che desideravo era sdraiarmi.

Mia suocera, invece, entrò in cucina e posò davanti a me un’altra pila di piatti. «Non lasciarli per domani», disse. «Domattina voglio trovare la cucina pulita.»

La guardai incredula.

«Mamma, sono esausta. Sono all’ottavo mese.»

«E allora?» rispose con indifferenza. «La gravidanza non è una malattia.»

Mio marito, Nikos, era in salotto con suo padre e suo fratello.

«Nikos!» lo chiamai.

Comparve sulla porta.

«Che c’è?»  «Puoi aiutarmi un po’?»

Guardò i piatti.

Poi guardò me.

«Dai, amore. Finisci e andiamo.»

«Non ce la faccio più.»

«Non ricominciare, per favore.»

Quelle parole mi ferirono più di quanto volessi ammettere.

Non gli stavo chiedendo qualcosa di assurdo.

Non volevo che mi preparasse la cena.

Non gli chiedevo di pulire tutta la casa.

Volevo soltanto non dover rimanere in piedi fino a mezzanotte mentre portavo dentro di me un bambino di otto mesi.

Mi chinai sul lavandino.

Fu allora che sentii qualcosa di strano.

Una forte contrazione nella parte bassa dell’addome.

Mi immobilizzai.

Aspettai che passasse.

Passò. Dopo qualche minuto tornò.

Questa volta era più forte.

Portai una mano sulla pancia.

«Nikos…»

Non feci in tempo a dire altro.

All’improvviso sentii un liquido caldo scorrermi lungo le gambe.

Abbassai lo sguardo.

Il pavimento era bagnato.

Per alcuni secondi nessuno disse una parola.

«Credo… credo che mi si siano rotte le acque.»

Nikos mi fissò.

Mia suocera uscì dal salotto.

«Adesso?»

«Sì.»

«Sei sicura?»

«Non lo so! Non mi è mai successo prima!»

Il cuore mi batteva così forte che avevo l’impressione che potesse sentirlo tutta la casa.

«Dobbiamo andare in ospedale», dissi.

Mia suocera sospirò.

«Puoi aspettare fino a domattina.»

La guardai incredula.

«Mi si sono rotte le acque.»

«Potrebbe non essere niente di grave.»

«Sono all’ottavo mese di gravidanza.» «Appunto. Non andare nel panico.»

Mi voltai verso Nikos.

«Ti prego. Portami in ospedale.»

Lui guardò l’orologio.

«È quasi mezzanotte.»

«Nikos…»

«Aspettiamo un po’. Se continua, andiamo.»

«Che significa “se continua”?»

«Smettila di esagerare.»

Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.

«Non sto esagerando.»

«Sei solo agitata.»

In quel momento arrivò un’altra contrazione.

Molto più forte.

Dovetti aggrapparmi al piano della cucina.

«Mi fa male.»

Dal salotto mio suocero gridò:

«Sdraiati e passerà!»

Mia suocera annuì.

«Domattina Nikos ti porterà in ospedale. Adesso siamo tutti stanchi.»

Tutti.

Era quello che sembrava importare loro.

Erano stanchi.

Io potevo aspettare.

Il bambino poteva aspettare.

Il mio corpo poteva aspettare.

Andai in bagno e mi sedetti per qualche istante sul bordo della vasca.

Tremavo.

Non sapevo se dovessi urlare, piangere o andarmene da sola.

Presi il telefono.

Aprii la rubrica.

Pensai di chiamare un taxi. Poi guardai la mia pancia.

Non volevo ritrovarmi sola per strada.

Così chiamai prima mia madre.

Era passata mezzanotte.

Rispose quasi subito.

«Tesoro?»

Appena sentii la sua voce, scoppiai a piangere.

«Mamma… mi si sono rotte le acque.»

Dall’altra parte calò il silenzio.

«Dove sei?»

«A casa dei miei suoceri.»

«Nikos è con te?»

«Sì.»

«E perché non siete già in ospedale?»

Non feci in tempo a rispondere.

Una nuova ondata di dolore mi fece piegare in due.

Mia madre capì immediatamente.

«Ascoltami. Non aspettare. Vengo a prenderti.»

«Mamma, sei a quaranta minuti da qui.»

«Non mi importa. Preparati.»

Riattaccai.

Uscii dal bagno.

«Mia madre viene a prendermi.» Nikos si alzò di scatto.

«Cosa?»

«Non aspetterò fino a domattina.»

«Non fare scenate.»

Lo guardai.

«Non sto facendo una scenata. Ho paura.»

«Tutte hanno paura alla prima gravidanza.»

Mia suocera scosse la testa.

«Non sei né la prima né l’ultima donna a partorire.»

Qualcosa dentro di me si spezzò.

Non per il dolore.

Per l’indifferenza.

Andai nella stanza dove avevamo lasciato le nostre cose e cominciai a mettere in una borsa tutto il necessario.

Pigiama.

Documenti.

Caricabatterie.

Vestitini per il bambino.

Nikos rimase sulla porta.

«Davvero vuoi andartene così?»

«Sì.»

«Mia madre penserà che siamo impazziti.»

Mi voltai verso di lui.

«Tua madre può pensare quello che vuole. In questo momento devo proteggere nostro figlio.»

Non rispose.

Pochi minuti dopo sentimmo un’auto fermarsi fuori.

Era mia madre.

Entrò in casa quasi correndo.

Appena mi vide, capì subito che la situazione era seria.

«Andiamo.»

Nikos fece un passo avanti.

«Vengo anch’io.»

Mia madre lo guardò.

«Adesso vieni?»

Lui non disse nulla.

Scendemmo le scale.

Fu allora che accadde qualcosa che fece cambiare espressione persino a mia suocera.

Sentii un dolore violentissimo.

Mi fermai a metà strada.

«Non ce la faccio…» Mia madre mi sostenne.

«Respira.»

Nikos si avvicinò.

«Che succede?»

«Non lo so!»

In quel momento il suo telefono squillò.

Era suo padre.

Nikos rispose.

Poi lo sentii dire soltanto:

«Cosa?»

Rimase immobile.

«Quando?»

Il volto gli diventò pallido.

«Adesso?»

Riattaccò.

Lo guardai.

«Che è successo?»

Per qualche secondo non rispose.

Mia suocera era uscita in cortile.

«Nikos?»

Lui la guardò.

«Papà è crollato.»

Tutto sembrò fermarsi.

Mia suocera corse verso l’auto.

«Che significa crollato?»

«Fa fatica a respirare. Mio fratello ha chiamato un’ambulanza.»

Per la prima volta quella sera vidi la paura nei suoi occhi.

Paura vera.

Guardò me.

Poi la mia pancia.

Poi il pavimento bagnato che aveva lasciato ancora una piccola traccia vicino all’ingresso.

E finalmente capì. «Mio Dio…»

Non aggiunse altro.

Nikos si voltò verso di me.

«Andiamo in ospedale.»

Lo guardai.

«Adesso?»

Abbassò la testa.

«Adesso.»

Non risposi.

Salii nell’auto di mia madre.

Nikos si sedette accanto a me.

Mia suocera rimase indietro con mio suocero finché non fosse arrivata l’ambulanza.

Durante il tragitto, Nikos mi teneva la mano.

«Mi dispiace», sussurrò.

Non parlai.

«Avrei dovuto portarti subito in ospedale.»

«Sì.»

«Non avrei dovuto dirti che stavi esagerando.»

«No.»

«Avevo paura che fosse un falso allarme.»

«Anch’io avevo paura.»

Strinse la mia mano.

«Mi dispiace.»

Non sapevo se potevo perdonarlo in quel momento.

Sapevo soltanto che volevo arrivare in ospedale.

In fretta.

Appena arrivammo, medici e infermieri si mossero immediatamente.

Nessuno disse:

«Aspettate fino a domattina.»

Nessuno disse:

«Non esagerare.»

Nessuno disse:

«Siamo tutti stanchi.»

Mi portarono subito a fare gli esami.

Nikos rimase fuori.

Mia madre era al mio fianco.

Poco dopo entrò un medico.

«Ha una rottura prematura delle membrane. Dobbiamo tenerla sotto stretta osservazione.»

Chiusi gli occhi.

Il mio bambino era ancora dentro di me.

Ma eravamo finalmente in un posto sicuro. E quello era l’unica cosa che mi importava.

Passarono diverse ore.

Le contrazioni continuarono.

Alla fine, all’alba, i medici decisero che non potevamo aspettare oltre.

Il nostro bambino nacque prematuramente.

Era piccolo.

Troppo piccolo.

Quando sentii il suo primo pianto, iniziai a piangere anch’io.

Ma questa volta non erano lacrime di paura.

Erano lacrime di sollievo.

Nikos era accanto a me.

Aveva gli occhi pieni di lacrime.

Mi prese la mano.

«Ci hai dato il tempo di cui avevamo bisogno», mi disse.

Lo guardai.

«Non io.»

Guardai verso l’incubatrice.

«Il nostro bambino.»

La mattina seguente arrivò in ospedale anche mia suocera.

Rimase sulla soglia.

Non entrò subito.

«Posso?» chiese.

Annuii.

Si avvicinò lentamente.

Guardò il nostro minuscolo bambino attraverso il vetro dell’incubatrice.

Si portò una mano alla bocca.

«Non avevo capito quanto fosse grave.»

Non risposi. «Ti avevo detto di aspettare.»

«Sì.»

I suoi occhi si riempirono di lacrime.

«Ho sbagliato.»

Per la prima volta non cercò scuse.

Non disse che era stanca.

Non disse che non lo sapeva.

Semplicemente ammise di aver sbagliato.

Nikos si mise accanto a lei.

«Anch’io.»

Li guardai.

«Oggi non voglio sentire altre scuse.»

«Allora cosa vuoi?» mi chiese Nikos.

Guardai il nostro bambino.

«Voglio che ricordiate questa notte.»

«La ricorderò», disse.

«Non perché è nato prematuramente.»

Strinsi le dita.

«Ma perché quella notte abbiamo capito tutti quanto può essere pericoloso ignorare una persona quando dice che qualcosa non va.»

Mia suocera annuì.

«Non lo farò mai più.»

Non le dissi che le credevo.

E nemmeno che non le credevo. Mi limitai a voltarmi verso l’incubatrice.

Qualche giorno dopo, quando il nostro bambino fu abbastanza stabile da poterlo tenere finalmente tra le braccia, Nikos si sedette accanto a me.

«Ti ricordi cosa mi hai detto quella notte?»

«Cosa?»

«Che dovevi proteggere nostro figlio.»

Sorrisi appena.

«Me lo ricordo.»

«Allora non avevo capito.»

«E adesso?»

Guardò il bambino.

«Adesso ho capito.»

Si chinò e gli baciò delicatamente la fronte.

Io strinsi il mio bambino un po’ più forte.

Perché quella notte avevo imparato qualcosa che non avrei mai dimenticato: Quando il tuo corpo ti dice che qualcosa non va, non hai bisogno del permesso di nessuno per chiedere aiuto.

E quando una persona che ami ti dice di avere paura, non le dici di aspettare fino al mattino.

Ti alzi.

La ascolti.

E vai con lei.

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