«Dove credi di andare?!» Arturo bloccò la strada a sua moglie. «E chi si occuperà di mia madre? Io non ho tempo.» Avevo già la valigia in mano quando Arturo si piazzò davanti alla porta.

by zuzustory1303
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«Dove credi di andare?!» Arturo bloccò la strada a sua moglie. «E chi si occuperà di mia madre? Io non ho tempo.»

Avevo già la valigia in mano quando Arturo si piazzò davanti alla porta.

— Dove credi di andare?!

Lo guardai senza rispondere.

— E chi si occuperà di mia madre? — continuò, irritato. — Io non ho tempo.

Quella frase mi fece quasi sorridere.

Perché sua madre, Teresa, era stata a casa nostra per appena tre settimane.

E in quelle tre settimane ero diventata tutto.

La sua cuoca.

La sua cameriera.

La sua autista.

La sua infermiera.

La persona che doveva ricordarle le medicine, prepararle la colazione, accompagnarla alle visite, fare la spesa e persino stirarle i vestiti.

Arturo, invece, continuava ad andare al lavoro come se nulla fosse.

— Non ho tempo, Elisa — ripeteva ogni volta che gli chiedevo di aiutarmi.

E io, stupidamente, continuavo a coprirlo.

Finché quel venerdì mattina qualcosa dentro di me si spezzò.

Teresa era arrivata senza nemmeno chiedere.

Arturo mi aveva telefonato alle nove di sera.

— Mamma resterà da noi per qualche giorno.

— Per quanto tempo?

— Non lo so. Finché non si sentirà meglio.

Quando tornai a casa, trovai due valigie nel nostro ingresso.

Teresa era già sistemata nella stanza degli ospiti.

— Finalmente — disse, guardando l’orologio. — Ho fame.

Non mi chiese nemmeno come fosse andata la mia giornata.

Preparai la cena.

Il giorno dopo feci la spesa.

Il lunedì accompagnai Teresa dal medico.

Il martedì dovetti prendere un permesso dal lavoro perché aveva bisogno di andare in farmacia.

Il mercoledì mi chiese di lavarle alcune tende.

Il giovedì trovò da ridire sulla cena.

— Mio figlio non mangia queste cose.

— Arturo non si è mai lamentato.

— Perché è educato.

Mi voltai e la guardai.

— Teresa, se qualcosa non le piace, può sempre parlarne con suo figlio.

Lei sorrise freddamente.

— Mio figlio lavora. Non posso certo disturbare Arturo per queste sciocchezze.

Quella sera aspettai che Arturo tornasse.

— Dobbiamo parlare.

Lui continuò a togliersi la giacca.

— Sono stanco.

— Anch’io.

— Di cosa?

— Di occuparmi da sola di tua madre.

Arturo sospirò.

— È solo per un po’.

— Allora occupatene anche tu.

Mi guardò come se avessi appena detto qualcosa di assurdo.

— Io lavoro.

— Anch’io.

— Il mio lavoro è più impegnativo.

Fu in quel momento che capii che non avevo un marito che mi chiedeva aiuto.

Avevo un marito che aveva semplicemente deciso che tutto ciò che riguardava sua madre fosse automaticamente responsabilità mia.

Il giorno dopo Teresa mi chiamò dalla camera.

— Elisa!

— Sì?

— Mi serve il tè.

Ero in videoconferenza con il mio capo.

— Arrivo tra cinque minuti.

— No. Lo voglio adesso.

Mi tolsi le cuffie.

Andai in cucina.

Preparai il tè.

Quando lo portai, Teresa mi guardò.

— È troppo caldo.

Non dissi nulla.

Tornai in cucina.

Dopo dieci minuti:

— Elisa!

Questa volta non mi mossi.

— Elisa!

Arturo era in soggiorno.

Lo guardai.

— È tua madre.

Lui rimase immobile.

— Cosa vuoi che faccia?

— Niente. Per una volta.

E tornai al lavoro.

La goccia che fece traboccare il vaso arrivò una settimana dopo.

Era sabato.

Avevo finalmente programmato una giornata per me.

Volevo andare in centro, comprare un vestito per il matrimonio di mia sorella e pranzare con lei.

Avevo appena preso la borsa quando Teresa entrò nell’ingresso.

— Dove vai?

— Ho un appuntamento.

— Non puoi andare.

— Perché?

— Io devo andare dal medico.

Guardai Arturo.

— Accompagnala tu.

Lui si alzò dal divano.

— Elisa, per favore. Io oggi ho una partita con gli amici.

Lo fissai.

— E io ho una vita.

Arturo aggrottò la fronte.

— Non cominciare.

Presi la borsa.

Fu allora che mi bloccò davanti alla porta.

— Dove credi di andare?!

— A vivere la mia giornata.

— E chi si occuperà di mia madre? Io non ho tempo.

Lo guardai negli occhi.

— Nemmeno io.

— Sei sua nuora!

— E tu sei suo figlio.

Silenzio.

Teresa apparve alle nostre spalle.

— Arturo, tua moglie è diventata insensibile.

Lui si voltò verso di lei.

Per la prima volta non mi chiese di scusarmi.

Disse soltanto:

— Mamma, aspetta in camera.

Teresa rimase sorpresa.

— Cosa?

— Ho detto di aspettare in camera.

Poi Arturo tornò a guardarmi.

— Non pensavo che fossi arrivata a questo punto.

Scossi la testa.

— Nemmeno io.

Aprii la porta.

Ma prima di uscire, mi voltai.

— Ti ricordi quando tua madre è venuta qui? Mi hai detto: “Solo qualche giorno”.

Arturo annuì.

— Sono passate tre settimane.

— Lo so.

— In queste tre settimane ho perso ore di lavoro, ho cancellato appuntamenti, ho rinunciato a vedere mia sorella e ho fatto tutto ciò che tua madre mi chiedeva.

Lui non rispose.

— E sai qual è la cosa peggiore?

— Cosa?

— Non mi hai mai chiesto come stavo.

Arturo abbassò lo sguardo.

Quel giorno non andai semplicemente a pranzo con mia sorella.

Andai da un avvocato.

Non perché volessi divorziare immediatamente.

Ma perché volevo sapere quali fossero i miei diritti.

Da mesi pagavo quasi tutte le spese extra della casa.

Avevo anche scoperto che Arturo aveva usato parte dei nostri risparmi per aiutare sua madre con alcuni debiti.

Senza dirmelo.

Quando tornai a casa quella sera, Teresa mi aspettava in cucina.

— Hai fatto una scenata davanti a mio figlio.

— No. Ho semplicemente detto basta.

— Questa casa è anche di Arturo.

— Lo so.

— E io sono sua madre.

— Lo so anche questo.

Teresa sorrise.

— Quindi non puoi decidere tutto tu.

La guardai.

— Non sto decidendo tutto io. Sto finalmente decidendo qualcosa per me.

Arturo entrò in cucina.

Aveva sentito tutto.

— Mamma, devi tornare a casa tua.

Teresa lo fissò incredula.

— Cosa?

— Domani ti riporto io.

— Ma hai detto che potevo restare!

— Ho sbagliato.

— Per colpa di lei?

Arturo scosse la testa.

— No. Per colpa mia.

Teresa rimase in silenzio.

Poi raccolse la borsa.

— Tuo padre non avrebbe mai trattato sua madre così.

Arturo la guardò.

— Mio padre aiutava mia madre. Non costringeva sua moglie a farlo al posto suo.

Quella frase chiuse la discussione.

Il giorno dopo Teresa tornò nel suo appartamento.

La casa sembrava improvvisamente enorme.

Per la prima volta dopo settimane potevo sedermi sul divano senza sentire qualcuno chiamarmi dalla camera.

Arturo si avvicinò.

— Mi dispiace.

Non risposi subito.

— Non voglio sentirti dire che ti dispiace. Voglio vedere cosa cambia.

Annui.

— Hai ragione.

— E c’è un’altra cosa.

— Cosa?

— Se tua madre avrà ancora bisogno di aiuto, la aiuteremo insieme.

Arturo mi guardò.

— Insieme?

— Sì. Non significa che io diventerò la sua badante perché tu non hai tempo.

Lui fece un piccolo sorriso.

— Va bene.

Passarono alcuni mesi.

Teresa continuò a essere difficile, ma qualcosa era cambiato.

Arturo non si nascondeva più dietro il suo lavoro.

Quando sua madre aveva bisogno di una visita, andava lui.

Quando c’era da fare la spesa, andava lui.

Quando lei chiamava me per lamentarsi, rispondeva Arturo.

E un giorno, mentre preparavamo la cena, mi disse:

— Sai qual è stata la cosa che mi ha fatto più paura?

— Cosa?

— Quando ti ho bloccata davanti alla porta.

Mi fermai.

— Perché?

— Perché in quel momento pensavo che il problema fosse che tu non volevi più occuparti di mia madre.

Abbassò gli occhi.

— Poi ho capito che il problema era che io avevo smesso di occuparmi di mia moglie.

Non dissi nulla.

Gli presi semplicemente la mano.

Non tutto si risolve in un giorno.

Ma quella sera Arturo finalmente aveva capito una cosa che avrebbe dovuto sapere da sempre:

essere una moglie non significa diventare la responsabile di tutti gli altri.

E quando qualcuno chiede:

«Chi si occuperà di mia madre?»

la risposta non dovrebbe mai essere:

«Mia moglie.»

Dovrebbe essere:

«Io. È mia madre.»

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