«Che cosa significa? I tuoi genitori hanno deciso che devo licenziarmi e diventare la loro serva alla dacia, mentre loro se ne stanno con le mani in mano e passano l’estate al mare?» Guardai mio marito Marco senza riuscire a credere alle mie orecchie. Lui rimase in piedi accanto al tavolo della cucina, evitando il mio sguardo.

by zuzustory1303
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«Che cosa significa? I tuoi genitori hanno deciso che devo licenziarmi e diventare la loro serva alla dacia, mentre loro se ne stanno con le mani in mano e passano l’estate al mare?»

Guardai mio marito Marco senza riuscire a credere alle mie orecchie.

Lui rimase in piedi accanto al tavolo della cucina, evitando il mio sguardo.

«Non hanno usato proprio queste parole.»

«Ma davvero?»

Incrociai le braccia.

«Allora dimmi tu come dovrei interpretarle.»

Marco sospirò.

«Mia madre pensa che sarebbe una soluzione temporanea.»

«Temporanea quanto?»

«Tre mesi.»

Rimasi in silenzio.

Poi scoppiai in una risata incredula.

«Tre mesi.»

«Sì.»

«E durante questi tre mesi io dovrei lasciare il mio lavoro?»

«Mamma dice che potresti prendere un periodo di pausa.»

«Un periodo di pausa?»

Lo fissai.

«Ho lavorato sei anni per arrivare alla posizione che ho adesso. Ho un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio che ci permette di pagare il mutuo e finalmente delle ferie decenti. E tua madre pensa che io debba semplicemente mollare tutto per andare a pulire la loro casa di campagna?»

«Non è solo pulire.»

«Ah, bene. Cos’altro?»

Marco iniziò a elencare.

«Curare l’orto. Preparare i pasti. Tenere in ordine la casa. Fare la spesa. Aiutare papà con alcune cose. E…»

Si fermò.

«E?»

«Mamma vorrebbe che preparassi anche le conserve.»

Lo guardai per qualche secondo.

«Fantastico.»

«Laura…»

«No, continua. Sono curiosa.»

Marco abbassò gli occhi.

«Vorrebbero anche che fossi lì quando arrivano gli ospiti.»

«Quali ospiti?»

«Parenti. Amici.»

«Quanti?»

«Non lo so.»

«Marco.»

Lui si passò una mano tra i capelli.

«Parecchi.»

Mi alzai dalla sedia.

«Quindi ricapitoliamo. Io mi licenzio, vado a vivere alla loro dacia per tutta l’estate, pulisco, cucino, faccio la spesa, lavoro nell’orto, preparo conserve e servo parenti e amici.»

«Detto così…»

«È esattamente così.»

Marco rimase in silenzio.

Poi disse:

«Nel frattempo loro andrebbero al mare.»

«Esatto.»

«Per circa due mesi.»

Lo fissai.

«E secondo te dovrei accettare?»

«Pensavo che avresti potuto farlo per la famiglia.»

Quella frase mi ferì più di tutto il resto.

«Per quale famiglia?»

Marco mi guardò.

«La nostra.»

Scossi lentamente la testa.

«No. Per la tua.»

Quando avevo conosciuto Marco, sua madre Antonella mi era sembrata una donna gentile.

Mi aveva accolto con un grande sorriso e mi aveva detto:

«Finalmente conosco la donna che ha conquistato mio figlio.»

All’inizio avevamo avuto un buon rapporto.

Poi, dopo il matrimonio, le cose erano cambiate.

La prima volta mi aveva chiesto di aiutarla alla dacia.

«Solo per questo fine settimana.»

Avevo accettato.

Avevo pulito la cucina, lavato le finestre e preparato il pranzo per otto persone.

La seconda volta mi aveva chiesto di tornare.

La terza volta aveva smesso di chiedere.

«Laura, sabato ci vediamo alla dacia.»

Non era più una richiesta.

Era diventata un’abitudine.

Io dicevo sì perché non volevo creare problemi.

Marco mi ringraziava.

«Sei fantastica.»

E io continuavo.

Finché una sera Antonella mi disse:

«Con il tuo lavoro da casa, in fondo hai molto più tempo libero di quanto pensi.»

Quella frase mi era rimasta impressa.

Perché io non lavoravo meno.

Lavoravo semplicemente in un ufficio diverso.

Il giorno dopo la discussione, Antonella venne a casa nostra.

Entrò con una cartellina sotto il braccio.

«Dobbiamo parlare seriamente.»

Mi sedetti.

Marco era già in soggiorno.

Antonella aprì la cartellina.

«Ho preparato una lista.»

La guardai.

C’era scritto:

GIUGNO
Pulizia generale
Finestre
Garage
Orto
Spesa
Cucina

LUGLIO
Conserve
Raccolta frutta
Ospiti
Pranzi domenicali

AGOSTO
Pulizia cantina
Raccolta verdure
Preparazione della casa
Pulizia finale

Rimasi a fissare il foglio.

«Cos’è?»

Antonella sorrise.

«Il programma dell’estate.»

«La mia estate?»

«La nostra estate.»

«No.»

Il sorriso scomparve dal suo volto.

«Come, no?»

«Non accetto.»

«Ma Laura, è solo per tre mesi.»

«Non accetto.»

«Potresti almeno provarci.»

«Non voglio.»

Antonella guardò Marco.

«Hai parlato con lei?»

Marco annuì.

«Sì.»

«E non riesci a farle capire che è una questione di famiglia?»

Mi voltai verso di lei.

«Io faccio già parte della famiglia. Ma questo non significa che debba lavorare gratis per voi.»

Antonella arrossì.

«Nessuno ti sta chiedendo di lavorare.»

Presi la lista dal tavolo.

«Allora cos’è questa?»

Lei non rispose.

«Perché ci sono scritti tutti i lavori che dovrei fare?»

«Sono semplici faccende.»

«Allora potete farle voi.»

«Noi abbiamo già organizzato le nostre vacanze.»

Finalmente lo disse.

«Dove andrete?»

«Al mare.»

«Per quanto tempo?»

«Quasi tutta l’estate.»

Annuii.

«Capisco.»

Antonella sembrò sollevata.

«Quindi?»

«Quindi andate al mare.»

La guardai negli occhi.

«E io vado al lavoro.»

Marco abbassò lo sguardo.

Antonella chiuse bruscamente la cartellina.

«Sei davvero egoista.»

«No.»

Mi alzai.

«Sto semplicemente rifiutando un lavoro che non ho mai accettato.»

Pensavo che il peggio fosse passato.

Invece, quella sera, Marco mi disse:

«Mamma ha già parlato con alcuni parenti.»

«E?»

«Ha detto che quest’estate ti occuperai tu della dacia.»

Lo guardai incredula.

«Ha detto cosa?»

«Pare che abbia già organizzato tutto.»

«Senza chiedermelo?»

«Sì.»

«E tu cosa hai fatto?»

Marco non rispose.

«Marco.»

«Non volevo litigare con lei.»

Chiusi gli occhi.

E in quel momento capii che il problema non era più soltanto Antonella.

Era il fatto che mio marito continuava a permetterle di decidere per entrambi.

«Domani vado alla dacia.»

Marco mi guardò sorpreso.

«Davvero?»

«Sì.»

«Per parlare con mamma?»

«No.»

La mattina seguente presi la macchina e andai alla dacia.

Antonella non c’era.

Neanche mio suocero.

Entrai nel cortile e rimasi ferma.

Guardai la casa.

Poi il garage.

Poi l’orto.

E improvvisamente mi venne un’idea.

Presi il telefono e chiamai Marco.

«Dove sei?»

«Al lavoro. Perché?»

«Ho bisogno che tu mi dica una cosa.»

«Cosa?»

«Chi paga le spese della dacia?»

Silenzio.

«I miei genitori.»

«E chi paga le bollette?»

«Loro.»

«Chi paga la manutenzione?»

«Loro.»

«E allora perché dovrei essere io a occuparmene?»

Marco non rispose.

«Laura, non so dove vuoi arrivare.»

«Lo scoprirai presto.»

Quella sera gli mostrai alcuni documenti.

Non erano documenti della dacia.

Erano i miei.

Il mio contratto di lavoro.

La mia posizione.

Il mio piano pensionistico.

I contributi.

I risparmi che avevo costruito prima ancora di conoscere Marco.

«Se mi licenziassi per tre mesi, non perderei solo tre mesi di stipendio.»

Marco ascoltava.

«Perderei mesi di contributi, ferie, continuità lavorativa e soprattutto la mia indipendenza.»

«Non avevo pensato a tutto questo.»

«È proprio questo il problema.»

Lo guardai.

«Nessuno ci ha pensato.»

Due settimane dopo, Antonella partì per il mare.

Prima di partire telefonò.

«Ricordati della dacia.»

«Non preoccuparti.»

«Sapevo di poter contare su di te.»

Sorrisi.

«Hai ragione.»

Lei sembrò soddisfatta.

«A presto, cara.»

Chiusi la telefonata.

Marco mi guardò.

«Non avrai intenzione di andarci davvero.»

«No.»

«E cosa le hai detto?»

«Che può contare su di me.»

Marco scoppiò a ridere.

«Sei terribile.»

«No. Sto solo imparando a essere precisa.»

Una settimana dopo, Antonella tornò dalla sua vacanza.

Andò direttamente alla dacia.

Poi telefonò a Marco.

Lui mise il vivavoce.

«La casa è un disastro!»

Marco mi guardò.

Io rimasi in silenzio.

«L’orto è pieno di erbacce!»

Silenzio.

«Il garage non è stato sistemato!»

Ancora silenzio.

Poi Antonella urlò:

«Dov’è Laura?»

Marco rispose:

«Al lavoro.»

«Come al lavoro?!»

«Sì.»

«Ma avevamo un accordo!»

Mi avvicinai al telefono.

«No, Antonella. Avevate un programma.»

Silenzio.

«E lo avevate scritto voi.»

Antonella non parlò.

«Io non ho mai accettato.»

«Ma Marco aveva detto…»

«Marco non può accettare un lavoro al posto mio.»

Dall’altra parte ci fu una lunga pausa.

Poi disse:

«Quindi mi hai lasciata nei guai.»

Scossi la testa.

«No. Ti ho lasciata nella tua casa.»

Qualche mese dopo, Antonella mi invitò a pranzo.

Mi aspettavo una nuova discussione.

Invece mi disse:

«Ho capito una cosa.»

La guardai.

«Cosa?»

«Che ti abbiamo sempre chiesto aiuto dando per scontato che avresti detto sì.»

Non risposi.

«E non era giusto.»

Marco mi prese la mano sotto il tavolo.

Antonella continuò:

«La prossima volta ti chiederemo. E se dirai di no, sarà no.»

Sorrisi.

«Questo mi basta.»

Perché non avevo bisogno che i miei suoceri smettessero di andare al mare.

Non avevo bisogno che mi ringraziassero.

Avevo solo bisogno che capissero una cosa semplice.

Essere parte della famiglia non significa diventare la persona incaricata di mandare avanti la vita degli altri.

E soprattutto, nessuno può decidere di regalare il mio tempo a qualcun altro.

Nemmeno mio marito.

Nemmeno sua madre.

Nemmeno la famiglia.

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