Esistono moltissimi modi in cui una persona può approfittarsi degli altri senza farsi notare. Ma ce n’è uno particolarmente subdolo, perché riesce a nascondersi dietro l’amicizia, la confidenza e le visite apparentemente innocenti.
Io lo chiamo semplicemente parassitismo domestico. Di solito impariamo a stare alla larga dalle persone manipolatrici, dai colleghi egoisti e da chi oltrepassa continuamente i nostri limiti. Eppure tutta la nostra prudenza sembra svanire quando davanti alla porta compare una conoscente sorridente con in mano una confezione di tè economico e dice:
«Ero qui vicino e ho pensato di passare a salutarti.»
Di per sé, non ci sarebbe nulla di male.
Il problema nasce quando quella visita casuale diventa un appuntamento quasi quotidiano e il cibo dal frigorifero comincia a sparire più velocemente dei soldi dal conto.
Circa un anno fa mi sono trasferita in Repubblica Ceca. Vivere qui non è affatto economico e le bollette ti insegnano molto rapidamente a fare attenzione a ogni goccia d’acqua, a ogni luce accesa e a ogni grado del riscaldamento.
Dopo qualche mese ho iniziato quindi a pianificare con attenzione ogni spesa.
Avevo un obiettivo preciso: mettere da parte abbastanza soldi per comprare casa.
Lavoravo molto, tenevo un bilancio dettagliato e praticamente tutto ciò che mi rimaneva dopo aver pagato le spese indispensabili finiva nei miei risparmi.
In realtà mi concedevo qualche spesa senza sensi di colpa solo per due esseri viventi: me stessa e il mio enorme gatto Mourek.
A volte avevo persino l’impressione che Mourek mangiasse più di me.
Il mio appartamento era diventato un piccolo mondo ordinato, dove ogni cosa aveva il suo posto, le sue regole e soprattutto il suo budget.
Poi, lentamente, Markéta cominciò a entrare in quel sistema.
Ci eravamo conosciute a un corso di lingua. Aveva trentatré anni e lavorava part-time. Si lamentava spesso del costo della vita, dei prezzi sempre più alti, delle tasse e della stanchezza che, a suo dire, si portava dietro da mesi.
All’inizio, dopo le lezioni, andavamo semplicemente a prendere un caffè.
Poi venne un paio di volte a casa mia per prendere gli appunti.
Io ero abituata a offrire qualcosa agli ospiti, quindi preparavo sempre il tè, tiravo fuori qualcosa di buono e, quando veniva la sera, la invitavo naturalmente a cenare con me.
Ed è probabilmente lì che è iniziato tutto.
All’inizio veniva una volta alla settimana.
Poi due.
Poi tre.
E nell’ultimo mese le sue visite erano diventate quasi una commedia assurda, il cui argomento principale era sempre lo stesso:
il cibo.
Verso le sei di sera cominciava a scrivermi:
«Ciao, sei a casa? Oggi sono distrutta. Posso passare da te per una mezz’oretta?»
E puntualmente arrivava.
Per una strana coincidenza, sempre proprio quando tiravo fuori dal forno il pesce arrosto, tagliavo le verdure fresche o mettevo sul tavolo un formaggio di qualità comprato al mercato.
Markéta entrava senza esitazione in cucina, si lavava le mani e si sedeva a tavola come se quella fosse casa sua.
Poi sospirava rumorosamente.
«Che profumino!»
E guardava il mio piatto con l’espressione di un gatto affamato.
«Oggi praticamente non ho mangiato niente. Sono stata tutto il giorno di corsa. E quando sono passata al supermercato, ho quasi avuto un infarto per i prezzi. Il salmone costa quasi quanto l’oro. Io certe cose non posso proprio permettermele.» E cosa fa una persona educata davanti a una frase del genere?
Naturalmente prende un altro piatto e condivide.
Ed è esattamente quello che facevo io.
L’appetito di Markéta avrebbe potuto competere con quello di una persona reduce da una giornata intera di lavoro fisico.
Mangiava il pesce con gusto, si riempiva il piatto di insalata con mozzarella e, alla fine, quasi sempre chiedeva:
«È rimasto qualcosa di dolce?»
Il suo contributo alle nostre serate, invece, era piuttosto modesto.
Nel migliore dei casi portava un pacchetto di biscotti economici comprati in offerta.
Nel peggiore arrivava a mani vuote e spiegava:
«Oggi ho lasciato di nuovo il portafoglio a casa.»
All’inizio lasciavo correre.
Poi cominciai a notare alcuni dettagli.
Dopo qualche settimana aprii l’applicazione della banca e controllai attentamente le mie spese.
Rimasi senza parole.
La spesa alimentare era quasi raddoppiata.
Era assurdo.

Io, che stavo risparmiando per comprare casa e controllavo ogni voce del bilancio, avevo finito per finanziare regolarmente i pasti di un’altra donna adulta.
Poi arrivò la sera decisiva.
Era martedì.
Mourek mi girava intorno alle gambe, reclamando insistentemente la sua pâté preferita. Appena tornai dal lavoro, infilai la chiave nella serratura e mi tolsi le scarpe.
In quel momento il telefono vibrò.
Era Markéta.
«Sono vicino a casa tua. Tra dieci minuti sono da te. Cosa prepariamo per cena? Però ti prego, non dirmi petto di pollo. Ne ho mangiato abbastanza. Fammi piuttosto quella pasta ai frutti di mare che fai tu. È fantastica!»
Rimasi per qualche secondo a fissare lo schermo.
Non mi chiedeva più se mi andava di ricevere una visita.
Non le interessava sapere se avevo tempo.
Non si preoccupava nemmeno di chiedere se poteva venire.
Mi stava semplicemente comunicando che sarebbe arrivata.
E, come se non bastasse, aveva già ordinato la cena.
Come se stesse prenotando un tavolo al ristorante.
Solo che il ristorante era casa mia.
E il conto lo pagavo sempre io.
In quel momento qualcosa dentro di me si spezzò definitivamente.
La pazienza era finita.
Il mio contabile interiore lanciò l’allarme e la mia dignità mi disse chiaramente che era arrivato il momento di chiudere quella mensa gratuita.
Non le scrissi un lungo messaggio.
Non volevo litigare.
Non volevo fare scenate.
Risposi soltanto:
«Ti aspetto.»
Poi mi alzai e aprii il frigorifero.
Tirai fuori tutto ciò che avrebbe potuto attirare l’attenzione di una persona affamata. Formaggi.
Salmone affumicato.
Verdure fresche.
Frutta.
Prosciutto crudo.
Yogurt.
Misi tutto con cura in una grande borsa termica e la nascosi nell’armadio.
Nel frigorifero lasciai soltanto un barattolo di senape di Digione, mezzo limone ormai secco e due uova.
Nel congelatore rimase soltanto un sacchetto di ghiaccio.
Nascondi persino il cibo di Mourek, così il frigorifero avrebbe dato un’impressione di vuoto assoluto.
Poi preparai velocemente un semplice panino, lo mangiai in piedi, bevvi un bicchiere d’acqua, lavai il piatto e mi sedetti tranquillamente in poltrona con il computer.
Quindici minuti dopo suonò il campanello.
Markéta entrò e scosse l’ombrello.
Naturalmente non aveva portato nulla.
«Ciao!» disse sorridendo. «Fuori fa un freddo tremendo! Sono congelata e ho una fame da morire. Non puoi immaginare quanto. Che cos’è che profumava così bene? Non hai ancora preparato niente?»
«Ciao, entra pure», risposi sorridendo. «Oggi non ho preparato nulla. Al lavoro è stata una giornata infernale e non sono nemmeno riuscita ad andare al supermercato.»
Markéta si fermò.
Guardò la cucina vuota.
«Ah… va bene. E in frigorifero hai qualcosa? Potrei prepararmi velocemente qualcosa da sola. Magari delle uova o del pane con la pancetta. Ho così tanta fame che potrei mangiare un elefante.»
«Certo. Guarda pure.»
Indicai la cucina.
«Ormai qui sei quasi di casa.»
Markéta attraversò la stanza con sicurezza e aprì il frigorifero.
Poi rimase immobile.
Per qualche secondo fissò in silenzio i ripiani perfettamente puliti.
Senape.
Mezzo limone.
Due uova.
Nient’altro.
La osservavo dalla poltrona.
Vidi chiaramente il momento in cui le spalle le si abbassarono.
Prima arrivò la sorpresa.
Poi la confusione.
Infine una certa preoccupazione che cercava inutilmente di nascondere.
Chiuse lentamente lo sportello e si voltò verso di me.
«Alena… Ma davvero non hai praticamente niente da mangiare in casa? Come fai a vivere così?» «Così, Markéta», risposi tranquillamente. «Sto risparmiando. Lo sai che sto mettendo da parte i soldi per comprare casa. E oggi avevo anche deciso di fare una giornata leggera.»
Mi guardò senza capire.
«Quindi… cosa mangiamo? Ti avevo scritto.»
«Sì, me l’avevi scritto.»
Annuii.
«E io pensavo che, visto che vieni di nuovo a trovarmi e sai benissimo quanto costano oggi gli alimenti, magari avresti potuto fermarti al supermercato e portare qualcosa. Avremmo potuto cucinare insieme.»
Feci una breve pausa.
«Non potevi certo venire per la quinta volta nella stessa settimana a mani completamente vuote, no?»
Le guance di Markéta diventarono rosse.
Solo allora capì.
Non era un caso.
Avevo capito perfettamente cosa stava facendo.
Il suo solito copione della donna stanca e affamata che «aveva di nuovo dimenticato il portafoglio» quella sera non avrebbe funzionato.
«Io… avevo una fretta tremenda», iniziò a giustificarsi rapidamente. «Non avevo contanti e probabilmente ho lasciato la carta nell’altra giacca.»
La stessa scusa di sempre.
«Non fa niente», risposi gentilmente. «Può succedere.»
Poi sorrisi.
«Stasera possiamo semplicemente sederci e parlare. Dopotutto vieni da me per la compagnia, non per la cena, giusto? Vuoi un tè?»
Nella stanza calò il silenzio.
Questa volta Markéta aveva capito tutto.
La mensa gratuita aveva appena chiuso.
Rimase ancora qualche secondo in piedi, imbarazzata.
All’improvviso si scoprì che una semplice conversazione senza un piatto di pasta, pesce, formaggio e dessert non le interessava poi così tanto.
«Sai, Alena… mi è venuto improvvisamente mal di testa», disse alla fine.
Forzò un sorriso e cominciò a dirigersi verso l’ingresso.
«Forse è meglio se torno a casa. È già abbastanza tardi. Ho bisogno di riposarmi.»
«Che peccato», risposi con finta compassione accompagnandola alla porta. «Rimettiti presto. E passa di nuovo qualche volta.»
Mi fermai un istante.
«Magari portando qualcosa da mangiare.»
Non rispose.
Si infilò le scarpe, prese l’ombrello e praticamente scappò dal mio appartamento.
La porta si chiuse.
La serratura scattò.
Tornai nell’armadio, presi la borsa termica e rimisi tutto il cibo nel frigorifero.
Poi aprii a Mourek la sua pâté preferita e mi versai un bicchiere di vino. Nell’appartamento tornò la calma.
E, sorprendentemente, mi sentivo molto meglio.
Da quella sera è passato circa un mese.
Markéta non mi ha più scritto nemmeno una volta:
«Sono qui vicino, passo da te per mezz’oretta.»
Piano piano abbiamo smesso di sentirci.
E devo ammettere che non provo né senso di colpa né rimpianto.
Quella situazione mi ha insegnato una cosa importante.
A volte dietro un comportamento apparentemente amichevole può nascondersi semplicemente il desiderio di vivere a spese di qualcun altro.
Fin da bambini ci insegnano a essere ospitali.
«Un ospite va sempre sfamato.»
«Bisogna condividere anche l’ultimo pezzo.»
«Non essere tirchia.»
Sono regole che ci vengono inculcate così profondamente che, da adulti, spesso non ci accorgiamo nemmeno del momento in cui qualcuno comincia ad approfittarsene.
Le persone abituate a ricevere gratuitamente hanno un talento particolare.
Raramente ti chiedono direttamente dei soldi.
Semplicemente arrivano nel momento giusto.
Si siedono a tavola.
E aspettano che tu faccia il resto.
Mangiano il tuo formaggio, bevono il tuo caffè e approfittano del tuo tempo, della tua energia e della tua disponibilità.
E quando finalmente dici di no, si sorprendono.
Perché si sono abituate.
«Che problema c’è a darmi una ciotola di zuppa?»
Il problema è che non si tratta mai soltanto di una ciotola di zuppa.
Il problema è il comportamento che si ripete nel tempo.
È il fatto che una persona continua a dare e l’altra si abitua soltanto a ricevere.
L’errore più comune in situazioni simili è continuare a tacere.
Stringere i denti.
Comprare più cibo.
Cucinare porzioni più grandi.
E aspettare che prima o poi l’altra persona capisca da sola. Che magari porti una torta.
Che una sera ordini la cena e paghi lei.
Che almeno proponga di dividere le spese.
Ma chi è abituato ad avere tutto gratis raramente si sveglia improvvisamente con una nuova consapevolezza.
Per questo, a volte, la cosa più semplice è dire basta.
Senza urlare.
Senza litigare.
Senza umiliare nessuno.
Basta smettere di offrire qualcosa che l’altra persona ha iniziato a considerare un diritto.
Nel mio caso era il frigorifero.
Una sera era semplicemente vuoto.
E insieme al cibo sparì anche l’aspettativa della cena gratuita.
Fu proprio allora che capii quanto interessasse davvero a Markéta la nostra amicizia.
Quando è sparito il cibo gratis, è sparita anche lei.
E sapete una cosa?
Non considero questa una tragedia.
La considero piuttosto una grande pulizia nella mia vita.
Non bisogna smettere di essere generosi.
Bisogna soltanto imparare a distinguere la generosità dall’essere sfruttati.
Proteggete il vostro tempo.
I vostri soldi.
La vostra energia.
E, se necessario, anche il contenuto del vostro frigorifero.
Perché a volte basta aprire uno sportello completamente vuoto per capire chi veniva a casa nostra per stare con noi e chi veniva soltanto per quello che trovava da mangiare.
Vi è mai capitato di avere una conoscente che cominciasse a venire a casa vostra come se fosse un ristorante gratuito? Avreste avuto il coraggio di nascondere il cibo e mostrarle un frigorifero vuoto?
Oppure l’imbarazzo vi avrebbe spinto a dividere con lei anche l’ultimo boccone?