„Scusi, chi siete e perché avete sparso le vostre cose nella mia camera da letto?” chiese Elena, fermandosi sulla soglia della porta.
La donna accanto all’armadio sobbalzò così bruscamente che la gruccia le cadde dalle mani sul pavimento. Sul letto di Elena c’erano magliette da bambino, un pacco di salviette umidificate, un coniglietto di peluche con un orecchio strappato e una borsa di cosmetici che non le apparteneva.
Accanto alla finestra stavano due grandi scatoloni di cartone. Su uno era scritto, con lettere storte: “Stoviglie. Attenzione.” — Voi… chi siete? — chiese la sconosciuta, alzandosi lentamente e stringendo al petto una camicia da uomo piegata.
Elena la fissò per qualche secondo, poi il suo sguardo scivolò sull’armadio, dove al posto dei suoi vestiti erano appese giacche sconosciute e tute da bambino.
— Sono la proprietaria di questo appartamento — disse freddamente.
Dal corridoio si sentì una voce maschile.
— Olga, chi c’è lì? Pochi secondi dopo, nella camera da letto entrò un uomo alto, vestito in modo informale. Dietro di lui comparve una bambina di circa sei anni, con un biscotto in mano.
L’uomo vide Elena, impallidì e si mise istintivamente davanti alla bambina.
— Come siete entrata qui?
Elena sollevò le chiavi.
— Con le mie chiavi.
Le mie.
Il silenzio divenne così pesante che si sentiva persino il cigolio di un carrello nel corridoio. Solo tre giorni prima Elena era in viaggio di lavoro.
Era tornata in anticipo, aveva inserito la chiave nella serratura — e si era ritrovata nel proprio appartamento, che non le apparteneva più. Nella camera da letto c’erano oggetti estranei, nel soggiorno un bambino guardava un tablet, in cucina c’erano alimenti sconosciuti. In ogni stanza lo stesso segno: qualcuno viveva lì come se fosse a casa propria.
— Pensavamo che fosse tutto in ordine — disse infine l’uomo.
— Con chi? — chiese Elena con calma.
— Con il suo ex marito, Sergej.
All’udire quel nome, il volto di Elena non cambiò. Solo le dita si strinsero più forte attorno alle chiavi.
— Ha detto che l’appartamento era vuoto…

— È mio — lo interruppe freddamente. La verità emerse rapidamente: Sergej aveva “affittato” l’appartamento senza alcuna procura, aveva incassato il denaro e aveva fatto entrare quella famiglia. Quando Elena si rivolse a un avvocato, scoprì che non era un caso isolato.
Altri immobili erano stati coinvolti.
Tutti con documenti falsificati.
Tutti senza la sua firma.
La situazione esplose quando arrivò lo stesso Sergej.
— Volevo solo aiutare — disse.
Elena rise brevemente, senza alcuna traccia di umorismo.
— Con i miei soldi?
Le conseguenze furono inevitabili: restituzione del denaro, sfratto degli occupanti e cambio delle serrature. Quando la famiglia lasciò finalmente l’appartamento, rimase solo il silenzio.
Elena cambiò la serratura lo stesso giorno. Quando la nuova chiave girò nella porta, per la prima volta dopo molto tempo provò una sensazione semplice:
sicurezza.
E la chiara consapevolezza che la sua casa era di nuovo davvero sua.