«Se lavori da casa, significa che hai sicuramente tempo libero.» Erzsébet lo disse con assoluta naturalezza, proprio mentre sul mio portatile lampeggiava la notifica della riunione online che stava per iniziare.

by zuzustory1303
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 «Se lavori da casa, significa che hai sicuramente tempo libero.»

Erzsébet lo disse con assoluta naturalezza, proprio mentre sul mio portatile lampeggiava la notifica della riunione online che stava per iniziare.

La guardai.

Poi guardai l’orologio.

Mancavano meno di due minuti.

«In realtà ho una riunione importante.»

Lei fece spallucce.

«Una riunione? Puoi collegarti dopo.»

«No, devo essere presente.»

«Ma sei a casa.»

Quelle tre parole mi fecero stringere la mascella.

Ero a casa.

Ma non ero libera.

Lavoravo da remoto da quasi tre anni.

Avevo orari precisi, riunioni, scadenze, clienti e responsabilità esattamente come chiunque lavorasse in ufficio.

Erzsébet, però, non aveva mai considerato il mio lavoro un vero lavoro.

Secondo lei, se ero seduta al tavolo della cucina con un computer davanti, significava semplicemente che avevo scelto di stare comodamente a casa.

All’inizio avevo cercato di spiegarle.

Poi avevo smesso.

Quella mattina, però, aveva superato il limite.

«Devo solo finire questa riunione» dissi.

«Finire?»

Indicò il soggiorno.

«Ci sono ancora i piatti da sistemare.»

«Li lavo dopo.»

«E il pranzo?»

«Lo prepariamo insieme più tardi.»

Mi guardò come se avessi appena detto qualcosa di assurdo.

«Io sono venuta fin qui per passare un po’ di tempo con mio figlio.»

«E infatti potete stare insieme.»

«Ma lui lavora.»

«Anch’io.»

Lei rise.

«Tu sei a casa.»

Inspirai lentamente.

«Anche se sono a casa, sto lavorando.»

In quel momento il computer emise un suono.

La riunione sta per iniziare.

Erzsébet indicò lo schermo.

«Ecco, puoi anche collegarti. Non vedo perché dovresti fare tante storie.»

Mi sedetti.

«Perché tra poco devo parlare con il direttore.»

«Per cinque minuti non succede niente.»

La guardai.

«Per favore, lasciami lavorare.»

Fu la prima volta che glielo dissi in modo così diretto.

Lei si irrigidì.

«Da quando sei diventata così scortese?»

Non risposi.

Indossai le cuffie e accesi la videocamera.

La riunione iniziò.

Dopo pochi minuti sentii bussare sulla porta.

Ignorai.

Bussò di nuovo.

Poi la porta si aprì.

Erzsébet entrò con una tazza di caffè.

La posò accanto al computer.

«Ti ho portato il caffè.»

Sorrisi appena.

«Grazie.»

Poi indicò il tavolo.

«Dopo devi aiutarmi con la spesa.»

E uscì.

Sul monitor vedevo i miei colleghi.

Uno di loro mi guardò perplesso.

«Tutto bene?»

«Sì, scusate.»

Continuammo.

Quaranta minuti dopo la riunione terminò.

Mi tolsi le cuffie.

Erzsébet entrò immediatamente.

«Finalmente.»

«Sì.»

«Allora possiamo andare a fare la spesa.»

«Ho ancora del lavoro.»

Lei rimase a bocca aperta.

«Ancora?»

«Sì.»

«Ma hai appena finito.»

«Una riunione.»

«Quindi adesso sei libera.»

Mi alzai.

«No. Ho ancora tre ore di lavoro.»

«Tre ore?»

«Sì.»

Lei scosse la testa.

«Non capisco proprio questa generazione.»

Non risposi.

Quel pomeriggio continuò così.

Ogni mezz’ora arrivava una richiesta.

«Puoi apparecchiare?»

«Puoi accompagnarmi al supermercato?»

«Puoi preparare il caffè?»

«Puoi sistemare questa cosa?»

Ogni volta rispondevo:

«Dopo il lavoro.»

Alla fine, verso le cinque, mio marito Gábor tornò a casa.

Erzsébet gli andò incontro.

«Tua moglie è diventata impossibile.»

Gábor mi guardò.

«Che è successo?»

«Ho bisogno di aiuto e lei dice sempre che deve lavorare.»

«Ma lei lavora.»

Erzsébet sbuffò.

«Da casa!»

Gábor rimase in silenzio per un momento.

Poi disse:

«Mamma, lavorare da casa non significa non lavorare.»

Lei lo guardò incredula.

«Anche tu adesso sei dalla sua parte?»

«Non sono dalla parte di nessuno. Sto dicendo una cosa ovvia.»

Erzsébet prese la borsa.

«Va bene. Ho capito.»

Ma non aveva capito affatto.

La sera ricevetti una sua telefonata.

«Domani mattina vieni con me in banca.»

«Non posso.»

«Perché?»

«Ho una riunione.»

«Spostala.»

«Non posso.»

«Sei tu che decidi i tuoi orari, no?»

«No. Ho un responsabile.»

Silenzio.

Poi disse:

«Allora lascia perdere.»

Riattaccò.

Pensavo che fosse finita.

Non lo era.

Il giorno dopo, alle nove meno dieci, Erzsébet si presentò a casa nostra senza avvertire.

Io ero già davanti al computer.

«Andiamo.»

«Dove?»

«In banca.»

«Te l’avevo detto che non posso.»

«Sono le nove.»

«Tra dieci minuti inizia la riunione.»

Lei si sedette sul divano.

«Aspetterò.»

«Quanto?»

«Finché non finisci.»

La guardai.

«Potrebbe durare un’ora.»

«Non ho fretta.»

Entrai nella riunione.

Questa volta però successe qualcosa di diverso.

Il mio capo annunciò che il progetto sul quale lavoravo da mesi sarebbe stato affidato a me come responsabile principale.

Era una promozione.

Una promozione che avrebbe cambiato il mio stipendio e il mio ruolo.

Quando chiusi il computer, Erzsébet era ancora lì.

«Hai finito?»

Annuii.

«Sì.»

«Finalmente.»

Invece di rispondere, presi il telefono.

Chiamai Gábor.

«Tua madre è qui.»

«Lo so.»

«Come lo sai?»

«Mi ha chiamato.»

«E ti ha detto che vuole che lasci il lavoro?»

Ci fu una pausa.

«Sì.»

Erzsébet mi guardò.

Io continuai:

«Allora spiegaglielo tu.»

Gábor arrivò mezz’ora dopo.

Sua madre iniziò immediatamente:

«Non capisco perché debba essere tutto così complicato. Lei è a casa tutto il giorno.»

Gábor la interruppe.

«Mamma, oggi ha appena ricevuto una promozione.»

Erzsébet rimase immobile.

«Una… promozione?»

«Sì.»

«Ma lavora da casa.»

«E allora?»

Gábor indicò il computer.

«Secondo te quello cosa fa?»

Erzsébet non rispose.

Gábor continuò:

«Quando lei lavora, tu non vedi quello che succede perché non esce dalla porta. Ma questo non significa che non stia lavorando.»

Lei abbassò gli occhi.

Io non dissi nulla.

Per la prima volta non avevo bisogno di difendermi.

La settimana successiva Erzsébet venne a trovarci di nuovo.

Prima di entrare mi chiese:

«Hai una riunione oggi?»

La domanda mi sorprese.

«Sì. Alle undici.»

Lei annuì.

«Allora non ti disturbo.»

La guardai.

«Grazie.»

Fece qualche passo, poi si fermò.

«Sai… forse avevo torto.»

Non sorrisi.

Aspettai.

«Pensavo che lavorare da casa significasse avere più tempo per la famiglia.»

«A volte significa solo avere la scrivania in un’altra stanza.»

Erzsébet annuì lentamente.

«Lo sto imparando.»

E quella volta, quando arrivò l’ora della mia riunione, chiusi semplicemente la porta.

Lei non bussò.

Non entrò.

Non mi chiamò.

Aspettò.

E fu proprio allora che capii una cosa semplice.

Non avevo bisogno di convincere tutti che il mio lavoro fosse importante.

Avevo solo bisogno che rispettassero il fatto che, anche quando lavoravo da casa, stavo comunque lavorando.

Perché una porta chiusa non significa che una persona sia disponibile.

E un computer sul tavolo non significa che qualcuno abbia tempo libero.

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