Ma appena fece un passo nell’ingresso, si bloccò.
Sul pavimento del corridoio c’era un paio di scarpe da uomo che non aveva mai visto prima.
Grandi.
Numero 45.
Matteo rimase immobile a fissarle.
Poi alzò lentamente lo sguardo.
— Di chi sono quelle scarpe?
Elena, che era in cucina, continuò tranquillamente a preparare il caffè.
— Perché me lo chiedi?
— Non sono mie.
— Lo so.
Quelle due parole bastarono a cambiare completamente l’espressione sul suo volto.
Matteo entrò nell’appartamento e chiuse la porta dietro di sé.
— Elena, dobbiamo parlare.
Lei si voltò.
— Di cosa?
— Di noi.
Elena lo guardò per qualche secondo.
— Non esiste più un “noi”, Matteo.
Lui fece un sorriso nervoso.
— Sono stato via solo sei mesi.
— Sei mesi durante i quali non hai risposto alle mie chiamate.
— Avevo bisogno di tempo.
— No. Avevi bisogno di un’altra vita.
Matteo abbassò gli occhi.
Era vero.
Se n’era andato dicendo che il matrimonio lo soffocava. Aveva lasciato Elena con poche parole e una valigia, convinto che lei sarebbe rimasta ferma ad aspettarlo.
Invece lei aveva continuato a vivere.
Aveva cambiato lavoro.
Aveva ridipinto l’appartamento.
Aveva ricominciato a uscire con gli amici.
E soprattutto aveva smesso di aspettare.
— Sono tornato perché ho capito di aver commesso un errore — disse Matteo.
Elena appoggiò lentamente la tazza sul tavolo.
— E cosa ti fa pensare che io sia ancora disponibile a correggere il tuo errore?
Matteo non rispose.
Il suo sguardo tornò alle scarpe.
— C’è un altro uomo?
Elena rimase in silenzio.
— Elena!
— Non sei più mio marito da quando hai deciso di andartene.
— Quindi sì?
Lei sospirò.
— Non ti devo spiegazioni.
Matteo fece un passo verso di lei.
— Voglio sapere chi è.
— Perché?
— Perché voglio capire cosa sta succedendo in casa mia!
Elena lo fissò.
— Questa non è più casa tua.
Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi insulto.
Matteo guardò intorno.
Notò le fotografie nuove sulle pareti. Un piccolo vaso di fiori sul tavolo. Due tazze accanto alla macchina del caffè.
E improvvisamente capì che la sua assenza non aveva lasciato un vuoto.
Qualcun altro aveva semplicemente riempito quello spazio con la propria presenza.
— È qui? — domandò a bassa voce.
— Sì.
Matteo impallidì.

— Voglio parlargli.
— Non puoi.
— Perché?
Elena indicò la porta d’ingresso.
— Perché non è lui quello che deve andarsene.
Matteo rimase senza parole.
Dopo qualche secondo, dal corridoio arrivò una voce.
— Elena, hai bisogno di aiuto?
Un uomo alto comparve sulla soglia della cucina.
Matteo lo riconobbe immediatamente.
Era Luca.
Il suo migliore amico.
Per qualche istante nessuno parlò.
Matteo lo guardò incredulo.
— Tu?
Luca abbassò lo sguardo.
— Matteo…
— Da quanto tempo?
Elena intervenne.
— Da quando tu te ne sei andato.
Matteo rise amaramente.
— Quindi era questo che succedeva mentre io ero via?
Elena scosse la testa.
— No. Quello che succedeva era molto più semplice. Io cercavo di ricominciare la mia vita.
Fece una pausa.
— Luca mi è stato vicino quando tu non c’eri. Mi ha aiutata quando avevo bisogno di qualcuno. Ma non è questo il punto.
Matteo la guardò.
— E qual è il punto?
Elena prese le sue chiavi e le appoggiò sul tavolo.
— Il punto è che tu sei tornato pensando che la porta fosse ancora aperta.
Matteo abbassò lo sguardo.
— Quindi è finita?
Elena annuì.
— È finita il giorno in cui hai scelto di andartene senza guardarti indietro.
Matteo rimase fermo ancora qualche secondo.
Poi prese la sua valigia.
Prima di uscire, si voltò verso di lei.
— Sei felice?
Elena guardò Luca, poi tornò a fissare Matteo.
— Finalmente sì.
Matteo annuì lentamente.
Aprì la porta e uscì.
Elena rimase in silenzio per qualche istante.
Luca le prese delicatamente la mano.
— Tutto bene?
Lei sorrise.
— Sì.
Poi guardò quelle vecchie scarpe lasciate accanto alla porta.
E per la prima volta non sentì dolore.
Solo sollievo.
Perché alcune persone tornano quando ormai non c’è più nulla da salvare.
E a volte la porta che trovano chiusa non è una punizione.
È semplicemente il segno che qualcuno, finalmente, ha imparato ad andare avanti.