Lo guardai dalla cucina, ancora con il portatile aperto davanti a me.
— Hai licenziato chi?
— La governante.
— Senza chiedermelo?
Lui alzò le spalle.
— È casa nostra. E poi, perché dovremmo spendere tutti quei soldi? Tu sei a casa più di me. Puoi occupartene tu.
Lo fissai incredula.
La governante veniva tre volte alla settimana. Puliva, stirava, lavava i pavimenti e si occupava di tutte quelle faccende che io e mio marito avevamo deciso insieme di affidarle.
Io, però, non ero affatto “a casa più di lui”.
Lavoravo da remoto, spesso fino a sera.
— Quindi secondo te il fatto che io lavori da casa significa che non lavoro?
— Non iniziare con queste discussioni.
Quella frase mi fece sorridere.
Non perché fosse divertente.
Ma perché, improvvisamente, avevo capito tutto.
Mio marito non voleva una moglie.
Voleva una persona che facesse gratuitamente tutto ciò che prima pagavamo.
— Va bene, — risposi.
Lui mi guardò sorpreso.
— Tutto qui?
— Sì.
Non aggiunsi altro.
Il giorno dopo arrivò la governante per il suo ultimo turno.
La salutai e le dissi che non era stata una mia decisione.
Poi aspettai.
Passarono alcuni giorni.
La casa iniziò lentamente a trasformarsi.
I piatti si accumulavano nel lavello.
I vestiti sporchi riempivano il cesto.
Il bagno aveva bisogno di essere pulito.
La polvere compariva ovunque.
Mio marito cominciò a lamentarsi.
— Perché la casa è così disordinata?
Continuai a lavorare al computer.
— Non lo so.
— Prima era sempre tutto pulito.
— Già.
Mi guardò.
— Non puoi semplicemente occupartene?
A quel punto chiusi il portatile.
— Posso.
Lui sorrise soddisfatto.
Ma il sorriso gli durò pochi secondi.
— Però non lo farò.
— Come sarebbe?
— Hai licenziato la persona che svolgeva quel lavoro. Non significa che quel lavoro sia automaticamente diventato mio.
— Ma sei mia moglie!
— E tu sei mio marito.
— Non è la stessa cosa.
— Hai ragione. Infatti non dovresti aspettarti che io faccia gratuitamente il lavoro che prima dividevamo e per il quale pagavamo qualcuno.
Lui rimase in silenzio.

Poi disse:
— Quindi cosa proponi?
Presi un foglio e una penna.
— Facciamo un elenco.
Scrissi:
Pulizie.
Spesa.
Cucina.
Lavanderia.
Stiro.
Gestione delle bollette.
Manutenzione della casa.
— Dividiamo tutto a metà.
Mio marito lesse l’elenco.
— Non ho tempo.
— Nemmeno io.
— Il mio lavoro è più impegnativo.
— Anche il mio.
Mi guardò con rabbia.
— Quindi vuoi trasformare il matrimonio in un contratto?
Scossi la testa.
— No. Voglio trasformarlo in una collaborazione.
Quella sera non disse più nulla.
La mattina seguente trovai un messaggio sul tavolo.
«Forse dovremmo assumere di nuovo qualcuno.»
Sorrisi.
Quando tornò a casa, gli dissi:
— Certo. Possiamo assumere qualcuno.
— Finalmente!
— Ma questa volta pagheremo entrambi.
Il suo entusiasmo svanì.
— Cosa?
— La governante lavorava per entrambi. Quindi anche la spesa deve essere divisa.
Rimase in silenzio.
Poi abbassò lo sguardo.
— Non avevo mai pensato che fosse così tanto lavoro.
— Appunto.
Quella frase cambiò qualcosa.
Nei giorni successivi iniziò a fare la sua parte.
Non diventò improvvisamente perfetto.
Dimenticava ancora di mettere a posto le cose e qualche volta lasciava i piatti nel lavello.
Ma aveva finalmente capito.
Una moglie non è una governante gratuita.
Essere sposati non significa che uno dei due debba servire l’altro.
E qualche settimana dopo, quando mi disse:
— Credo che dovremmo chiedere alla governante di tornare.
Gli risposi:
— Va bene.
Poi aggiunsi sorridendo:
— Ma stavolta libera un posto anche per te.
Mi guardò confuso.
— Che posto?
— Quello di marito. Con tutte le responsabilità comprese nel ruolo.
Per la prima volta rise.
E io capii che forse avevamo appena imparato una delle lezioni più importanti del nostro matrimonio:
l’amore può dividere una casa, ma il rispetto deve dividere anche il lavoro.