«È già da due ore che aspetto la colazione!» sbottò la zia di mio marito, seduta al tavolo della mia cucina con le braccia incrociate e un’espressione indignata sul volto. La guardai per qualche secondo, poi sorrisi con una calma che sembrò irritarla ancora di più.

by zuzustory1303
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«È già da due ore che aspetto la colazione!» sbottò la zia di mio marito, seduta al tavolo della mia cucina con le braccia incrociate e un’espressione indignata sul volto.

La guardai per qualche secondo, poi sorrisi con una calma che sembrò irritarla ancora di più.

«Davvero? E io sono già da tre anni che aspetto che qualcuno in questa famiglia impari a prepararsi il caffè da solo!»

Le sue sopracciglia si sollevarono così tanto che sembrarono quasi raggiungerle l’attaccatura dei capelli.

Mio marito, che in quel momento stava bevendo il suo caffè, rischiò di sputarlo dalla sorpresa.

Ma lasciate che vi racconti come siamo arrivati a quel punto.

Mi chiamo Laura, ho trentasei anni e sono sposata con Matteo da cinque. Quando ci siamo conosciuti, lui mi sembrava un uomo meraviglioso: gentile, premuroso e capace di farmi sentire speciale anche nei giorni più difficili.

Il problema era la sua famiglia.

In particolare, sua zia Franca, una donna di sessantadue anni convinta che il mondo intero dovesse girare intorno a lei.

Non era mia suocera, non era una persona anziana che viveva da sola e aveva bisogno di assistenza, e non aveva nemmeno problemi di salute che le impedissero di occuparsi di sé stessa.

Semplicemente, era abituata a essere servita.

Quando veniva a trovarci, si comportava come se fosse la padrona di casa. Si sedeva sul divano, accendeva la televisione e cominciava a impartire ordini.

«Laura, mi porti un bicchiere d’acqua?»

«Laura, il cuscino è troppo basso.»

«Laura, non hai qualcosa di dolce da offrirmi?»

All’inizio cercavo di essere gentile. Pensavo che fosse una questione di educazione e che, con il tempo, avrebbe imparato a rispettare i miei spazi.

Mi sbagliavo.

La situazione peggiorò quando Franca cominciò a presentarsi a casa nostra senza nemmeno avvisare.

Una domenica mattina arrivò alle otto e mezza, mentre io stavo ancora dormendo dopo una settimana di lavoro massacrante.

Suonò ripetutamente il campanello. Quando le aprii, mi guardò dalla testa ai piedi e arricciò il naso.

«Ma come ti presenti davanti agli ospiti? Almeno potevi pettinarti!»

Non le feci notare che non l’avevo invitata e che, fino a prova contraria, le otto e mezza di domenica erano un orario più che ragionevole per essere ancora a letto.

La feci entrare e le preparai il caffè.

Da quel momento, le sue visite diventarono sempre più frequenti.

E ogni volta pretendeva qualcosa di diverso.

Se preparavo dei biscotti, voleva una torta. Se cucinavo la pasta, sosteneva di preferire il risotto. Se servivo il tè, domandava perché non avessi preparato il caffè.

Il peggio, però, era il modo in cui parlava di me con Matteo.

«Tua moglie dovrebbe imparare a prendersi cura della famiglia», gli diceva quando pensava che non potessi sentirla.

Oppure: «Ai miei tempi, una donna non lasciava mai il marito senza un pasto caldo».

Matteo, invece di mettere dei limiti, rideva imbarazzato e cambiava argomento.

«Sai com’è fatta la zia», mi ripeteva ogni volta che gli chiedevo di intervenire. «Non prenderla sul personale.»

Ma come avrei potuto non prenderla sul personale, quando quella donna trattava la mia casa come un ristorante e me come una cameriera senza stipendio?

La goccia che fece traboccare il vaso arrivò un sabato mattina.

La sera precedente ero tornata a casa tardi. Avevo lavorato fino alle sette, fatto la spesa, preparato la cena e sistemato la cucina. Dopo aver finito tutto, mi ero finalmente concessa una doccia e qualche ora di riposo.

Avevo programmato di dormire fino alle dieci.

Alle otto e quindici, però, sentii suonare il campanello.

Una volta.

Due volte.

Tre volte.

Mi alzai controvoglia, infilai una vestaglia e andai ad aprire.

Davanti alla porta c’era Franca, con una borsa elegante appesa al braccio e un’espressione impaziente.

«Finalmente! Pensavo che non fossi in casa.»

«Buongiorno, zia Franca. C’è qualche problema?»

«Problema? Certo che c’è un problema! Non ho ancora fatto colazione.»

La fissai, convinta di aver capito male.

«Mi dispiace. Ma perché è venuta qui così presto?»

Lei entrò senza aspettare che la invitassi.

«Matteo mi ha detto ieri che oggi sarebbe stato a casa. Sono venuta a trovarlo. E poi, visto che sei una brava padrona di casa, immagino che tu abbia qualcosa da prepararmi.»

Guardai mio marito, che era appena uscito dalla camera da letto.

«Matteo, sapevi che sarebbe venuta?»

Lui si grattò la testa.

«Sì, me l’ha detto ieri sera. Non volevo svegliarti per una cosa del genere.»

Non voleva svegliarmi?

Sua zia era in piedi nella mia cucina, pronta a ordinare la colazione, e lui aveva pensato che non fosse necessario avvertirmi!

Franca si sedette al tavolo, appoggiò la borsa sulla sedia accanto e tamburellò le dita sul piano.

«Allora? Mi prepari qualcosa? Non ho intenzione di aspettare tutta la mattina.»

Io, invece di risponderle, mi preparai una tazza di caffè.

Poi presi due fette di pane, le misi nel tostapane e mi sedetti tranquillamente al tavolo.

Franca mi guardò incredula.

«Scusa, ma cosa stai facendo?»

«Faccio colazione.»

«E la mia?»

«Non sapevo che avessi ordinato qualcosa.»

Lei spalancò la bocca.

«Ma io sono un’ospite!»

«Certo. E gli ospiti, di solito, avvisano prima di presentarsi.»

Matteo mi lanciò un’occhiata di rimprovero.

«Laura, per favore. È mia zia.»

«Lo so benissimo chi è. Non ho perso la memoria.»

Franca si alzò di scatto.

«Non ho mai visto una simile maleducazione! Nella nostra famiglia le donne hanno sempre saputo accogliere gli ospiti. Evidentemente, nessuno ti ha insegnato come si fa.»

Posai lentamente la tazza sul tavolo.

E fu allora che pronunciò la frase che cambiò tutto.

«È già da due ore che aspetto la colazione!» disse, come se fosse stata costretta a trascorrere un’intera giornata in una stazione senza cibo.

La guardai negli occhi e le risposi con un sorriso.

«Allora, zia Franca, ho una proposta per lei. Visto che è arrivata qui senza avvisare e pretende che io la serva, da oggi potremmo fare così: ogni volta che viene a trovarci, porta la spesa, cucina per tutti e poi lava i piatti. In questo modo, potrà dimostrarci quanto sia facile occuparsi della casa degli altri.»

Le sue sopracciglia si sollevarono fino quasi all’attaccatura dei capelli.

«Come osi parlarmi in questo modo?»

«Con la stessa libertà con cui lei parla a me.»

«Matteo!» gridò, voltandosi verso mio marito. «Hai intenzione di permettere a tua moglie di umiliarmi?»

Per la prima volta, Matteo non rispose immediatamente.

Mi guardò, poi guardò sua zia.

E io capii che finalmente si trovava davanti a una scelta che non poteva più evitare.

«Zia», disse infine, «Laura ha ragione. Avresti dovuto avvisarci prima di venire. E non puoi pretendere che ti prepari la colazione ogni volta.»

Franca rimase immobile.

Era evidente che non si aspettava di sentire quelle parole proprio da lui.

«Quindi è questo che pensi di me?» domandò con voce tremante. «Dopo tutto quello che ho fatto per te?»

Matteo sospirò.

«Ti voglio bene, ma questo non significa che tu possa trattare mia moglie come una domestica.»

Per qualche secondo nella cucina calò il silenzio.

Poi Franca afferrò la borsa, si avviò verso la porta e dichiarò che non avrebbe mai più messo piede in quella casa.

Non cercai di fermarla.

Quando la porta si chiuse, Matteo si avvicinò a me.

«Mi dispiace», disse. «Avrei dovuto intervenire molto tempo fa.»

Lo guardai e gli presi la mano.

«Non ti chiedo di litigare con la tua famiglia. Ti chiedo soltanto di ricordare che anche io faccio parte della tua famiglia.»

Lui annuì.

Da quel giorno, Franca non si presentò più senza avvisare. E quando veniva a trovarci, non si aspettava più di essere servita come una regina.

Qualche settimana dopo, però, ricevetti una sua telefonata.

La sua voce era insolitamente gentile.

«Laura, cara, sabato vorrei venire a pranzo da voi. Posso portare qualcosa?»

Sorrisi.

«Certo, zia Franca. Se vuole, può portare il dolce.»

«Va bene. E tu cosa preparerai?»

«Non lo so ancora. Ma non si preoccupi: se avremo fame, possiamo sempre cucinare insieme.»

Dall’altra parte della linea ci fu una pausa.

Poi sentii una risata trattenuta.

«Sai una cosa? Forse è proprio quello che avrei dovuto fare fin dall’inizio.»

E, per la prima volta da quando la conoscevo, ebbi la sensazione che tra noi potesse nascere un rapporto diverso.

Non perché avessi imparato a servirla meglio.

Ma perché, finalmente, avevo smesso di permetterle di trattarmi come se fossi meno importante di lei.

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