Quando arrivammo, nostro figlio ci accolse con un sorriso.
— Finalmente siete arrivati!
Sua moglie ci salutò con un rapido bacio sulla guancia.
Ci sedemmo al tavolo e per qualche minuto tutto sembrò perfetto.
Poi arrivò il cameriere con i menu.
Mia moglie li prese e sorrise.
— Che bello essere tutti insieme.
Nostra nuora abbassò lo sguardo sul telefono.
— Sì… anche se avrei preferito un altro ristorante.
Mio figlio la guardò sorpreso.
— Ne avevamo già parlato. Mamma voleva venire qui.
Lei fece spallucce.
— Certo. È la Festa della Mamma. Oggi bisogna fare quello che vuole lei.
Mia moglie sorrise imbarazzata.
— Non volevo creare problemi. Mi bastava stare insieme.
La cena continuò, ma l’atmosfera era cambiata.
Nostro figlio cercava di mantenere la conversazione, mentre sua moglie continuava a guardare il telefono.
A un certo punto arrivò il momento del dolce.
Il cameriere portò una piccola torta con una candela.
— Buona Festa della Mamma!
Mia moglie si commosse.
Io la guardai sorridere e pensai che, nonostante tutto, quella serata sarebbe rimasta un bel ricordo.
Ma poi nostra nuora disse una frase che cambiò tutto.
— Possiamo andare? Domani devo lavorare.
Mio figlio sospirò.
— Ancora cinque minuti.
— Hai detto che sarebbe stata una cena veloce.
Mia moglie abbassò gli occhi.
Fu allora che posai lentamente la forchetta.
— Va bene. Andiamo.
Mio figlio mi guardò.
— Papà, non prendertela.
— Non me la sto prendendo.
Pagai il conto e ci alzammo.
Fuori dal ristorante, mia moglie mi prese delicatamente per il braccio.
— Non volevo che finisse così.
La guardai.
— Nemmeno io.
Poi nostro figlio ci raggiunse.
— Mamma, papà… mi dispiace. Non volevo che fosse una serata così.
Gli sorrisi.
— Lo so.
Sua moglie rimase qualche passo indietro.
Pensavo che fosse finita lì.
Ma quella sera, mentre tornavamo a casa, mia moglie ricevette un messaggio da nostro figlio.
Lo lesse e mi guardò sorpresa.
— Dice che vuole parlarci domani.
Il giorno dopo nostro figlio venne da noi da solo.
Si sedette in cucina e rimase per qualche secondo in silenzio.
— Papà, mamma… voglio chiedervi scusa.
Mia moglie gli sorrise.
— Per cosa?

— Per averti fatto sentire come se la tua festa non fosse importante.
Abbassò lo sguardo.
— Ho sempre pensato che voi sareste stati lì comunque. Che avreste capito sempre. E forse proprio per questo ho iniziato a darvi per scontati.
Quelle parole ci colpirono più di qualsiasi regalo.
Io gli misi una mano sulla spalla.
— Figlio mio, non abbiamo bisogno di regali costosi. Non abbiamo bisogno di una cena perfetta. Vogliamo solo sentire che per te siamo importanti.
Lui annuì.
— Lo siete. Molto più di quanto vi abbia dimostrato.
Poi prese il telefono.
— Ho prenotato un altro posto per domenica. Solo noi tre.
Sorrisi.
— Noi tre?
— Io, mamma e tu. Voglio portarvi a cena. Questa volta senza telefoni, senza fretta e senza nessuno che si senta obbligato.
Mia moglie si commosse.
Io invece risi.
— Va bene. Ma stavolta scegli tu il ristorante.
Nostro figlio sorrise.
— No, papà. Questa volta scegliete voi.
E fu così che capii una cosa importante.
La famiglia non si misura dal numero di persone sedute intorno a un tavolo.
Si misura da chi è disposto ad alzarsi, tornare indietro e dire:
«Scusami. Ho capito troppo tardi quanto sei importante per me.»
E quella volta, la nostra seconda cena fu molto più bella della prima.