Quando lavoravo in Giappone, mio marito mi scrisse soltanto quattro parole:
«Mi manchi tantissimo, amore.»
Le lessi sul telefono alle due e diciassette del mattino, seduta da sola nella piccola cucina del mio appartamento aziendale a Osaka.
Fuori dalla finestra pioveva.
Era quasi Natale.
Da tre mesi ero lontana da casa per un progetto di lavoro che avrebbe dovuto durare sei mesi. Avevo accettato quell’incarico perché la paga era quasi il doppio del mio stipendio normale e perché io e mio marito, Marco, avevamo un obiettivo preciso: mettere da parte abbastanza soldi per comprare finalmente una casa tutta nostra.
Avevo passato settimane a lavorare fino a tardi.
Videoconferenze.
Report.
Riunioni.
Pranzi mangiati davanti al computer.
Ogni sera, prima di dormire, chiamavo Marco.
All’inizio mi raccontava tutto.
Poi le telefonate erano diventate sempre più brevi.
«Sono stanco.»
«Domani devo alzarmi presto.»
«Ne parliamo nel weekend.»
Io cercavo di non farci caso.
Quando quella sera arrivò il suo messaggio, però, il mio cuore si riempì immediatamente di speranza.
«Mi manchi tantissimo, amore.»
Lo lessi almeno cinque volte.
Poi gli risposi:
«Anche tu mi manchi. Vorrei essere lì.»
La sua risposta arrivò quasi subito.
«Vorrei che fossi qui per Natale.»
Rimasi a fissare lo schermo.
Il giorno dopo avrei dovuto lavorare.
Ma improvvisamente tutto mi sembrò meno importante.
Volevo sorprenderlo.
Volevo vedere la sua faccia quando mi avrebbe aperto la porta.
Volevo abbracciarlo senza uno schermo tra noi.
Così feci una cosa completamente folle.
Controllai i voli.
Era la vigilia di Natale.
I prezzi erano assurdi.
Il biglietto costava quasi quattro volte quello che avrei pagato normalmente.
Esitai per qualche minuto.
Poi pensai a tutte le volte in cui Marco mi aveva detto che il Natale era la festa della famiglia.
Pensai alla nostra prima vigilia insieme.
Al piccolo albero che avevamo comprato quando ancora vivevamo in affitto.
Alla promessa che ci eravamo fatti: qualunque cosa fosse successa, a Natale saremmo stati insieme.
Comprai il biglietto.
Era una cifra folle.
Ma sorrisi.
«Ne varrà la pena», dissi a me stessa.
Passai il resto della notte a preparare la valigia.
Non dissi niente a Marco.
Volevo sorprenderlo.
La mattina dopo lasciai Osaka e affrontai ore di viaggio.
Quando finalmente arrivai in Italia, ero distrutta.
Avevo dormito pochissimo.
Ma ero felice.
Avevo persino comprato un piccolo regalo per Marco all’aeroporto.
Un orologio.
Non era particolarmente costoso, ma sul retro avevo fatto incidere una frase:
«Sempre dalla stessa parte.»
Arrivai davanti al nostro appartamento poco dopo le otto di sera.
Le finestre erano illuminate.
Mi fermai sul marciapiede.
Sorrisi.
Lui era lì.
Il mio cuore cominciò a battere forte.
Salii le scale senza fare rumore.
Avevo ancora la chiave.
La infilai nella serratura.
Ma prima di aprire sentii delle voci.
Una voce maschile.
Quella di Marco.
E una voce femminile.
Mi bloccai.
La mano rimase sulla maniglia.
Non respiravo quasi più.
Poi sentii ridere una donna.
Una risata che conoscevo.
Era quella di Giulia.
La migliore amica di Marco.
Abbassai lentamente la mano.
Per qualche secondo rimasi immobile.
Forse c’era una spiegazione.
Forse aveva invitato qualcuno.
Forse stavano preparando una sorpresa.
Forse…
Mi aggrappai a quell’ultima possibilità.
Aprii la porta.
«Marco?»
Il silenzio fu immediato.
Entrai.
Sul tavolo c’erano due bicchieri di vino.
Una bottiglia aperta.
Un piatto con due porzioni di pasta.
Sul divano c’era la giacca di Giulia.
E accanto alla televisione c’era una fotografia incorniciata.
Una fotografia che non avevo mai visto.
Marco e Giulia.
Abbracciati.
Sorridevano.
Dietro di loro c’era una spiaggia.
Marco diventò completamente pallido.
«Tu… cosa ci fai qui?»
Non disse:
«Amore!»
Non disse:
«Mi sei mancata!»
Non venne ad abbracciarmi.
Disse soltanto:
«Cosa ci fai qui?»
Quelle cinque parole mi fecero più male di qualsiasi confessione.
Guardai Giulia.
Lei abbassò gli occhi.
«Da quanto tempo?» chiesi.
Marco rimase in silenzio.
«Da quanto tempo, Marco?»
«Non è come pensi.»
Sorrisi.
Un sorriso strano, senza gioia.

«È sempre la frase che si dice quando è esattamente come pensi.»
Giulia si alzò.
«Io dovrei andare.»
«No.»
La fermai.
«Resta.»
Marco mi guardò terrorizzato.
«Voglio sapere tutto.»
Giulia aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Non volevo che succedesse così.»
«Come volevi che succedesse?»
Non rispose.
Fu Marco a parlare.
«È iniziato un mese fa.»
Un mese.
Io ero in Giappone.
Lavoravo dodici ore al giorno.
Risparmiavo ogni centesimo.
E lui aveva iniziato una relazione con un’altra donna.
«E i messaggi?» chiesi.
«Quali messaggi?»
Presi il telefono dalla borsa.
Aprii la conversazione.
«Mi manchi tantissimo.»
Lo guardai.
«Questi?»
Marco non disse niente.
«Mi hai scritto questo ieri sera.»
«Perché volevo che tornassi.»
Scoppiai a ridere.
«E perché?»
Silenzio.
Poi disse:
«Volevo parlarti di persona.»
«No.»
Scossi la testa.
«Tu volevi che tornassi perché avevi bisogno che fossi qui per firmare qualcosa.»
Marco impallidì.
Era la conferma che mi serviva.
Avevo notato qualcosa di strano qualche settimana prima.
Quando gli avevo chiesto come stessero andando le nostre finanze, aveva cambiato argomento.
Aveva insistito perché gli inviassi alcuni documenti della banca.
Io non ci avevo dato peso.
Ora tutto aveva senso.
«La casa», dissi.
Marco abbassò lo sguardo.
«Cosa hai fatto?»
«Non ho fatto niente.»
«Marco.»
Non rispose.
Presi il telefono e chiamai la banca.
Avevo ancora accesso al nostro conto comune.
Dopo pochi minuti l’operatore mi confermò qualcosa che mi fece gelare il sangue.
Era stato effettuato un trasferimento importante.
Il denaro che avevamo messo da parte per l’anticipo della casa.
Quasi tutti i nostri risparmi.
Erano stati spostati su un altro conto.
Un conto che non conoscevo.
«Dove sono finiti i soldi?»
Marco rimase zitto.
Giulia lo guardò.
«Marco…»
Lui finalmente parlò.
«Volevo usare quei soldi per iniziare una nuova vita.»
Lo fissai.
«Con lei?»
Non rispose.
Quella fu la risposta.
Presi la valigia.
Marco fece un passo verso di me.
«Aspetta.»
«No.»
«Possiamo sistemare tutto.»
«Hai ragione.»
Mi fermai.
«Possiamo sistemare tutto.»
Aprii la borsa e tirai fuori il regalo che gli avevo comprato.
Glielo consegnai.
Marco lo guardò senza capire.
«Cos’è?»
«Un regalo.»
Aprì la scatola.
Vide l’orologio.
Poi lesse la frase incisa sul retro.
«Sempre dalla stessa parte.»
Gli tremarono le mani.
«Mi dispiace.»
Lo guardai negli occhi.
«A me no.»
Poi presi il telefono.
Avevo già chiamato un avvocato.
Avevo già bloccato ogni ulteriore trasferimento dal conto comune.
E soprattutto avevo scoperto una cosa che Marco non sapeva.
Il denaro per l’anticipo della casa proveniva in gran parte dai miei risparmi personali, accumulati prima ancora che ci sposassimo.
Non era riuscito a portarmi via tutto.
Non quella volta.
Uscii dall’appartamento con la mia valigia.
Fuori faceva freddo.
Le strade erano illuminate dalle decorazioni natalizie.
La gente camminava con pacchi regalo tra le braccia.
Io invece ero sola.
Ma, stranamente, non mi sentivo più sola di prima.
Quella notte avevo perso un matrimonio.
Ma avevo ritrovato me stessa.
Il giorno dopo partii per un piccolo hotel.
Il mio volo di ritorno in Giappone era previsto tre giorni dopo.
Rimasi seduta davanti alla finestra fino all’alba.
Poi il telefono vibrò.
Era un messaggio di Marco.
«Ti amo. Ti prego, torna.»
Lo lessi.
Non risposi.
Pochi secondi dopo ne arrivò un altro.
«Non volevo perderti.»
Questa volta sorrisi.
Perché finalmente avevo capito la differenza.
Lui non aveva paura di perdermi.
Aveva paura di perdere la vita che gli avevo costruito intorno.
E io non ero più disposta a essere il prezzo della sua tranquillità.
La mattina di Natale uscii dall’hotel.
Compravo un caffè quando vidi una coppia abbracciata davanti a una vetrina.
Per un istante mi si strinse il cuore.
Poi respirai profondamente.
Avevo ancora il mio lavoro.
I miei risparmi.
La mia dignità.
E soprattutto avevo davanti una vita che non avevo ancora deciso come sarebbe stata.
Il biglietto per tornare in Giappone era stato scandalosamente costoso.
Ma alla fine capii che era stato il viaggio più importante della mia vita.
Non mi aveva riportato da mio marito.
Mi aveva riportato da me stessa.