«Entra, mamma. Mi scuserò solo per finta…»
«Entra, mamma. Mi scuserò solo per finta e lei correrà subito ad apparecchiare», sogghignò Marco, mentre saliva le scale con sua madre.
La madre, Teresa, sorrise soddisfatta.
— Lo sapevo che alla fine avrebbe capito.
Marco fece spallucce.
— Con lei funziona così. Basta farle credere di aver ragione per qualche minuto e poi torna tutto come prima.
Teresa rise piano.
— E stasera voglio vedere la tavola apparecchiata bene. Ho invitato anche tua sorella.
Marco annuì.
— Certo. Lei farà tutto.
Quello che nessuno dei due sapeva era che, dietro la porta dell’appartamento, non li aspettava affatto la scena che avevano immaginato.
Quando Marco infilò la chiave nella serratura e aprì la porta, il sorriso gli morì sul volto.
L’appartamento era completamente vuoto.
Niente tavolo.
Niente sedie.
Niente divano.
Niente televisore.
Nessun mobile.
Persino i quadri erano spariti dalle pareti.
Restavano soltanto le pareti spoglie, il pavimento di cemento e qualche segno più chiaro sulle pareti dove prima erano appesi i mobili.
Teresa entrò lentamente.
— Marco… che significa?
Lui non rispose.
Guardava incredulo il soggiorno.
— Dove sono le nostre cose?
Una voce arrivò dalla stanza in fondo.
— Non sono più vostre.
Marco si voltò di scatto.
Sulla soglia c’era suo suocero, Roberto. Aveva in mano una cartellina piena di documenti e ricevute.
— Dov’è Laura? — chiese Marco.
Roberto lo fissò senza sorridere.
— È andata via.
— Andata dove?

— Nel suo nuovo appartamento.
Marco sbiancò.
— Nuovo appartamento?
Roberto sollevò la cartellina.
— Sì. E prima che tu inizi a dare la colpa a lei, ti consiglio di guardare queste.
Aprì la cartellina e tirò fuori una serie di ricevute.
— Frigorifero.
Una ricevuta.
— Lavatrice.
Un’altra.
— Divano.
Un’altra ancora.
— Tavolo da pranzo. Letto. Armadio. Televisore. Computer.
Teresa guardava i fogli senza capire.
— Ma queste sono cose che abbiamo comprato durante il matrimonio.
Roberto la interruppe.
— No. Sono cose che Laura ha pagato.
Marco fece un passo avanti.
— Questo non significa niente. Siamo sposati.
Roberto lo guardò negli occhi.
— Allora spiegami perché, negli ultimi due anni, quasi tutte le spese della casa sono state pagate dal conto personale di Laura.
Marco rimase in silenzio.
Teresa si voltò verso il figlio.
— Mi avevi detto che era una moglie egoista. Che non voleva aiutare la famiglia.
— Mamma…
— Mi avevi detto che dovevi occuparti di tutto!
Marco abbassò lo sguardo.
Roberto continuò:
— E mi avevi anche detto che l’appartamento era praticamente tuo.
Quella frase fece calare un silenzio pesante.
— Lo è — disse Marco debolmente.
Roberto scosse la testa.
— No.
Posò davanti a lui una copia dell’atto di proprietà.
— L’appartamento è intestato a Laura.
Marco prese il documento.
Le sue mani iniziarono a tremare.
— Non è possibile.
— È stato acquistato prima del matrimonio.
Teresa si portò una mano alla bocca.
— Ma allora perché non ce l’ha mai detto?
Roberto sorrise amaramente.
— Perché Laura non aveva bisogno di vantarsi del fatto che fosse casa sua. Pensava che suo marito la rispettasse.
Marco si lasciò cadere contro il muro.
Improvvisamente ricordò la sera precedente.
Aveva litigato con Laura davanti a sua madre.
— Se vuoi stare con noi, comportati come una moglie — le aveva detto.
E poi aveva aggiunto:
— Domani mamma viene a cena. Apparecchierai tu.
Laura non aveva risposto.
Aveva semplicemente guardato Marco per alcuni secondi.
Poi aveva detto:
— Va bene.
Marco aveva creduto di aver vinto.
Non si era accorto che quella era stata l’ultima volta che Laura aveva accettato di fare qualcosa per lui.
Teresa guardò il soggiorno vuoto.
— Dov’è la cucina?
— Anche gli elettrodomestici sono suoi — rispose Roberto.
— E il letto?
— Suo.
— Le nostre cose?
— Le vostre cose sono quelle che avete comprato voi.
Teresa si voltò lentamente verso il figlio.
— Marco… cosa hai fatto?
Lui non rispose.
Prese il telefono e chiamò Laura.
Una volta.
Nessuna risposta.
Due volte.
Niente.
Alla terza chiamata partì la segreteria. Marco scrisse un messaggio:
«Dobbiamo parlare.»
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Abbiamo già parlato. Tu hai deciso che le mie parole non contavano. Ora ho deciso che non voglio più vivere così.»
Marco sentì lo stomaco stringersi.
Digitò rapidamente:
«Torna a casa. Possiamo sistemare tutto.»
La risposta arrivò quasi subito.
«Quale casa?»
Marco rimase a fissare lo schermo.
Non sapeva cosa rispondere.
Teresa iniziò a piangere.
— È colpa mia?
Roberto la guardò.
— Non soltanto tua.
Poi indicò Marco.
— Tuo figlio ha convinto tutti che sua moglie sarebbe rimasta comunque. Ha confuso la pazienza con la debolezza.
Marco si coprì il volto con le mani.
— Io pensavo che sarebbe tornata.
Roberto annuì lentamente.
— È proprio questo il problema.
La sera stessa Marco andò davanti al nuovo appartamento di Laura.
Non entrò.
Rimase sul marciapiede per quasi un’ora.
Quando finalmente Laura uscì, lui le andò incontro.
— Laura, ti prego.
Lei si fermò.
— Cosa vuoi?
— Voglio che torni.
Laura lo guardò in silenzio.
— Perché?
Marco esitò.
— Perché questa è casa nostra.
Laura sorrise appena.
— No, Marco.
Poi indicò l’edificio alle sue spalle.
— Questa è casa mia.
Marco abbassò gli occhi.
— Possiamo ricominciare.
— Forse tu puoi.
Fece una pausa.
— Io no.
— Ti amo.
Laura sospirò.
— Avresti dovuto ricordartene quando hai sorriso dicendo a tua madre che ti saresti scusato solo per finta e che io sarei corsa ad apparecchiare.
Marco sbiancò.
— Come lo sai?
Laura indicò il telefono.
— Tua madre mi ha mandato il messaggio che le avevi scritto.
Lui chiuse gli occhi.
Per la prima volta non aveva più scuse.
Laura si voltò per andarsene.
— Marco?
Lui alzò lo sguardo.
— Sì?
— La prossima volta che pensi che qualcuno farà qualcosa solo perché glielo ordini, ricordati di una cosa. Fece un ultimo passo verso la porta.
— Le persone pazienti non sono deboli. Semplicemente, un giorno smettono di esserlo.
E quella sera Marco tornò nell’appartamento vuoto.
Per la prima volta, capì quanto fosse costato a Laura mantenere in piedi quella casa.
E quanto poco fosse rimasto a lui dopo averla trattata come se fosse lì soltanto per servirlo.